Bambini a scuola
Scritti

Come si comportano i bambini tra di loro a scuola

ll bambino ha bisogno di amici da sempre,ma è nell’età scolare che le relazioni assumono per lui importanza  fondamentale e determinante, tanto da rappresentare un parametro di buon funzionamento e di sviluppo neuropsicologico. La scuola, Materna ed Elementare, mantiene il primato di grande spazio di incontro per stare insieme, in gruppo, tra coetanei. Il tempo della scuola permette di passare dai libri e quaderni  ai segreti, alle coalizioni ma può anche far sperimentare esclusioni e rivalità, ingiustizie e gelosie.

È anche vero che la scuola rappresenta il banco di prova di ciò che li aspetta nella società,  quindi li prepara ad entrare in contatto con regole, ruoli, funzioni e caratteri, tutto ciò che ci si troverà ad affrontare tutti i giorni nell’ambiente di lavoro. Le relazioni tra compagni di classe sono diverse rispetto a quelle dell’amico del cuore, è un incontro che mette in gioco i suoi sentimenti ma ancor di più la sua identità sociale, il suo posto. Non sempre l’immagine sociale corrisponde all’immagine privata del bambini, ecco che allora i genitori rimangono stupiti di vedere un bambino che a scuola è descritto in modo molto diverso rispetto al bambino che conoscono, “ma siete sicuri che quello  di cui parlate sia mio figlio?” È una frase che spesso gli insegnanti si sentono ripetere dai genitori ai colloqui. Amico allora come significato di compagno di giochi ma anche come persona simile a me, con cui condividere ciò che non sempre si può condividere con l’adulto.

Per di più, a differenza dei propri familiari, l’amico si può scegliere, mentre non si possono cambiare i genitori. Il rapporto con i coetanei, infatti è caratterizzato dalla libertà di scelta, anche se le amicizie sembrano nascere per caso, il legame è condizionato dalle capacità del bambino di conquistare,di far nascere e di coltivare un rapporto. È possibile che in qualche circostanza il bambino possa sentirsi tradito nell’amicizia e soffrire, ma egli può superare la delusione e trovare nuovi amici se saprà tenere presente la regola fondamentale dell’amicizia: la libertà. È importante che impari  cosa ci si può aspettare dagli altri, cosa dare agli altri e che riesca ad accettare la possibilità di un rifiuto.La paura del rifiuto, del tradimento ha radici lontane, spesso risale al non sentirsi abbastanza amati, anche se ciò, nel bambino, spesso corrisponde a fantasia e non a realtà, ma ciò nonostante come realtà va gestita.

Non tutto però è negativo, i ruoli di solito si alternano e chi viene escluso oggi,domani sarà al centro, sarà il leader, se nel rapporto viene stabilita un’equità, un “io e te valiamo uguale”. Dei rapporti tra compagni poco sanno i genitori,se provano a far domande spesso si sentono rispondere: “niente, non mi ricordo,uffa…” Perché è una cosa loro; anche se  forse è difficile saper domandare,forse ci si ferma per non sentir brutte risposte ed è comprensibile, ma ciò che conta è che quello che non sappiamo può aver un peso e può essere qualcosa che fa soffrire troppo. Molte volte i bambini non raccontano gesti o parole che li feriscono, li umiliano, vanno ben al di là dello scambio di pareri che fa crescere, e in questo spazio i genitori devono entrare. Il coetaneo è anche un modello in cui identificarsi, è più semplice perché più vicina a lui, che va oltre al modello fornito dai genitori, che tra l’altro a loro non basta. Ecco allora i nostri bimbi imitare ammirati e affascinati i bambini che vorrebbero essere, a cui vorrebbero assomigliare, copiare come parlano,come camminano, come si vestono… cosa che abbiamo fatto tutti a tempo debito.
 Con il coetaneo ci si può arrabbiare, a volte anche con aggressività, si può prenderlo a pugni o per i capelli, non parlargli più per giorni e giorni. Con il genitore questo non è possibile, con loro non si può entrare in un conflitto così aperto.

Con l’amico si possono esprimere sentimenti repressi, a volte negativi: rivalità, gelosia, paura di esclusione, possessività. Ricalcando in parte ciò che succede in famiglia ma senza che ciò rappresenti il pericolo di perdere un affetto, potendo giocare ora l’uno ora l’altro ruolo. Più difficile è il legame di amicizia per i bambini che in qualche modo rappresentano il diverso: il bambino straniero, il portatore d’handicap, l’adottato, il figlio di genitore sigle sia esso figlio di separati, orfano.Verso il bambino con handicap gli altri possono essere impauriti come se la stessa cosa potesse succedere a loro, perché percepiscono di essere ancora una struttura fisica in evoluzione, che muta fisicamente e intellettivamente, così  temono che possa capitare a loro, pensano di potersi trasformare. Così in qualche caso può succedere che mettano in atto atteggiamenti poco solidali, di rifiuto, di indifferenza, di ostilità, spesso per paura e per angoscia, raramente per malanimo.

La stessa cosa accade per il bimbo che ha genitori separati o che un genitore non ce l’ha. Il bimbo vede in lui se stesso, la possibilità che possa accadere a lui e questo è naturale, fa parte del processo dell’immedesimazione; ma se non mette in atto l’empatia, il mettersi nei suoi panni, come può reagire? Il bambino o il ragazzo allora si difende, lo allontana, perché così facendo allontana da se quello che teme, ciò che lo getterebbe in un’angoscia profonda che non ha eguali. Perché questo è ciò che può provare il bimbo che sperimenta che il suo romanzo familiare si è dissolto. Deve faticare e sperare di poter comunque continuare a vivere. Cosa può aiutare, al di là della famiglia un bimbo a vivere? I suoi compagni, la scuola, la maestra figura dotata di poteri magici,dispensatrice di magia, ma anche sorgente di incubi cupi, figura di sterminato potere, ma quel che più conta di potere vero. Di conseguenza il tempo che il bambino passa in classe, a scuola è un tempo importante, formativo per la sua mente ma anche per la sua personalità.

Personalmente penso che al di là del rendimento, il comportamento rappresenti una parte importante del profilo di un bambino. Parlando con i bambini della loro pagella invece sembra un dato di poco conto, il voto del comportamento sia esso anche otto è un buon voto! Il voto del comportamento, oltre al valore del numero credo abbia invece un gran valore se ben ponderato, se non significativo solo di vivacità, di cattiva attenzione, di descrizione di bambino incline alla chiacchiera. Perciò penso che la valutazione del comportamento debba tener conto della capacità di entrare in una buona relazione amicale, della fatica di mantenere rapporti con tutti, al di là delle preferenze del cuore.

Dovrebbe essere significativo del rispetto e dell’attenzione che il bambino nutre per i coetanei e le altre figure di riferimento. Tuttavia benché si tenda a ingigantire i fenomeni conflittuali molto spesso mettendoli sotto la stessa voce, facendo periodicamente un gran parlare  di bullismo, non possiamo negare che la prevaricazione tra bambini esiste ed è sempre esistita anche nelle scuole di un tempo. Forse ora la prepotenza è presente in maniera più pesante e subdola, forse anche come risultato del clima  generale di violenza attuale. Il momento storico attuale porta noi adulti a parlare a lungo degli effetti della violenza,dell’obbligo di proteggere i bambini dagli effetti di ciò che vedono, che sentono, ma sono discorsi efficaci?Sarebbe un gran passo cercare di evitare che la violenza si infiltri nei loro rapporti.

Che i gesti e le parole offensive non attacchino la dignità della persona anche se si tratta di un bambino o di un ragazzo, che non umilino gratuitamente e crudelmente, spingendo chi subisce, in quanto diverso, a sentirsi in colpa per ciò che colpa poi non è. I prevaricatori sono caratterizzati da un lato del carattere che è la mancanza di empatia, dall’impulsività, dall’ incapacità di creare relazioni stabili,anche al di fuori dei coetanei. Si dimostrano indifferenti verso il male che causano o potrebbero causare. Senza nascondere il fatto che anche le bambine sanno essere crudeli ma di norma sanno esserlo con più astuzia. Se un tempo nel gioco tra bambini poteva capitare di sentir dire “tu non giochi perché sei piccolo” oggi è capitato di sentir dire “ tu non giochi perché non hai il papà”…

È in famiglia, nel rapporto con i genitori che il bimbo costruisce la base per avere fiducia nelle proprie capacità, la sua stima, mentre nel confronto col coetaneo la conferma. È il codice della famiglia che diventa il suo codice, per questo il peso delle nostre opinioni, delle nostre parole ha un valore perché delinea ciò che siamo; ma è altresì un seme che mettiamo nei nostri figli e che in loro può crescere prendendo direzioni che potrebbero nuocere prima di tutto a loro stessi. Esistono infatti diversi tipi di bambini:
Il leader alle cui decisioni gli altri sembrano conformarsi. L’intermediario e  il pacificatore. Il gregario, quello cioè che sta a guardare, pronto a seguire. Il capo espiatorio quello che diventa il parafulmine delle tensioni.
 Cosa fare? Secondo le ricerche più aggiornate è decisivo l’atteggiamento degli insegnanti, che talvolta può essere sfortunatamente di ostacolo al buon funzionamento della classe o più spesso può rivelarsi elemento di arricchimento per la crescita dei bambini, se così verrà percepito. Non bastano i proclami, le dichiarazioni di principio,ma è necessario far seguire alle parole i comportamenti, perché sono quelli che i bambini capiscono e assorbono.

Senza scomodare i discorsi sul razzismo,sul bullismo, dobbiamo pensare che oggi uno dei rischi da tener presente non è la cultura dell’intolleranza o dell’emarginazione,quanto la tendenza a negare la diversità.
 Fornire un sostegno educativo adeguato,in modo che i risultati derivanti dal lavoro di squadra, di classe, verso l’anello più debole della catena,producano nei ragazzi un  coinvolgimento emotivo, generino la fiducia e la speranza che supera la paura. Insegnare che il valore è relativo, non assoluto: si può essere in inferiorità e dipendenza e in altre circostanze in situazione di superiorità e autonomia. Che le situazioni difficili possono mettere alla prova ma non distruggere.

Non vanno accettate prepotenze. È obbligatorio coinvolgere anche quelli che stanno a guardare,che non si schierano. E’ indispensabile vigilare nei momenti di pausa e ricreazione, quelli in cui si dà finalmente spazio alle pulsioni e alle tensioni.
Proprio ieri ho chiesto ad un bimbo di V elementare come si trovasse con i suoi compagni con chi giocasse a scuola, e così parlando mi spiega che, da poco, è arrivato un bambino nuovo, italiano e  che non vorrebbe proprio essere lui perché “tre compagni (è sempre il gruppo che rende forti) quatti quatti da dietro gli hanno abbassato i pantaloni davanti a tutti, metà dei presenti ha riso, gli altri sono rimasti a guardare. Il bimbo si è arrabbiato molto e più si arrabbiava, più loro tre ridevano.” Sfortuna vuole che “un’insegnante, la più molliccia,ha visto solo lei,  però gli ha solo detto che non dovevano con un tono come se dicesse tira su la carta di caramella, quindi loro è logico che se ne fregano. Ma lui non è niente, l’anno scorso i soliti tre se la prendevano con un bimbo marocchino, tutti i giorni finchè non ha cambiato scuola, e le maestre non vedono mai”…

Certo non ci sono ricette, non sempre sguardo, parola e fiato riescono ad essere dentro la vicenda ma abbiamo tutti delle responsabilità, possiamo sempre avere una seconda opportunità per riparare le noncuranze, i momenti di  distrazione… “Volevo che il Bene trionfasse, lo volevo con tutta la forza di cui ero capace, ma volevo con altrettanta forza che fosse un bene autentico, temprato da tutte le prove possibili. Volevo che le sue mani rifulgessero non perché erano sempre state pulite, bensì perché non aveva temuto di sporcarsele”

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